O uccidi o sei servo
10 Maggio 2008Senza mediazione, tutto si apre negli occhi dello spettatore e costruisce la realtà di questi territori. Un mosaico di immagini che si fa vita, si incarna e diventa film. L’ispirazione è chiara, il metodo della strada neorealista. “Paisà ” di Roberto Rossellini, ma anche Francesco Rosi e penso a certe immagini di Vittorio De Seta. Nel suo “Gomorra”, Matteo Garrone ha realizzato una sorta di topografia umana. È interessato a raccontare la pelle, il sudore di questa quotidiana apocalisse. Film e libro si integrano a vicenda, ma non si sovrappongono. Vivono autonomi, in un rapporto speculare. La camorra nel film è la forma di vita e di morte del quotidiano. Non è un mostro né un’aberrazione. È la forma di vita di tutti i giorni. Ha ragione Raffaele Cantone: quello del film è il piano terra della mafia campana. La scelta di privilegiare aspetto sintetico e antropologico di questo territorio. Le canzoni dei neomelodici con la valenza che hanno assunto nell’epica criminale. La scelta di affidare la scena ai personaggi che hanno vissuto quelle storie, tutto incluso, anche i problemi con la giustizia. Sono, non simulano. L’esistenza di molti di loro è un racconto feroce.
All’inizio la troupe era stata accolta con diffidenza nei territori: a Secondigliano, nel Casertano erano visti come una presenza ostile. Poi il set è diventato una sorta di festa popolare, un’osmosi con il mondo intorno che si è riversato nel film. Le comparse scelte quando dovevano recitare le azioni militari, mettere a segno agguati e omicidi, non imitavano i film: replicavano la realtà che avevano visto o che sentivano raccontare dai loro amici testimoni diretti. Le sparatorie non sono “cinematografiche”, non c’è nulla di spettacolare. L’agguato è sempre subìto, visto dalla prospettiva della vittima, rapido, stordente. Le detonazioni sono secche, senza eco: la raffica infinita e compiaciuta del mitragliatore di Rambo non esiste. I momenti di tenerezza spiccano, si notano perché sono fuori concetto. Volontarie distonie in una ciclicità dannata. I bambini che scherzano nella piscinetta di gomma ricavata sulla terrazza delle Vele di Secondigliano, macchia azzurra in un mondo senza colore. La vecchia che cerca di riportare ordine nella campagna devastata dagli sversamenti di veleni, incapace di rassegnarsi alla sterilità della terra. Gli attori appaiono senza fascino, nessun bel tenebroso ma nemmeno volti caratterizzati, pasoliniani. Sono a metà tra Scarface e uno qualunque dei ragazzi dello show della De Filippi. Matteo Garrone imprigiona l’anima del vissuto: è la forza del lavoro toponomastico, che diversamente al libro si inoltra nell’inchiesta. Due episodi, quello del sarto che confeziona abiti da Hollywood nei capannoni dell’agro napoletano e quello del broker dei rifiuti tossici, sono più vicini alla realtà economica collusa che ho affrontato con “Gomorra”, anche senza penetrare in profondità il meccanismo imprenditoriale della camorra. Perché quella su cui si concentra il film è appunto un’apocalisse quotidiana. Non è tragica nel senso classico con una dispersione totale della realtà . È un’apocalisse statica, che non deflagra e non spacca i muri delle Vele, una fortezza che sembra prigione. Quei ragazzi in mutande negli acquitrini che sparano con i Kalashnikov urlando, la scimmia in gabbia costretta a nascondersi per la guerra degli scissionisti. Guerra e morte sono il quotidiano, che non distruggerà la realtà , che non permetterà a nulla di diventare diverso. Non è tutto perduto. No, Roberto il giovane assistente della stakeholder dei veleni ha la forza di dire basta. Il broker lo insulta: «Va a purtà ‘e pizze». O la ricchezza grazie a questo lavoro infame, o abbassati a una vita umile da cameriere: o uccidi o sei servo. Ma la speranza è in quel no, nella capacità di resistere. Quel Roberto non sono io. Nella scelta del nome c’è una sorta di omaggio che mi hanno tributato. Ma la mia speranza è un’altra. Poter raccontare è già speranza. Nel momento in cui si conosce si può sperare. E se si conosce, si può sapere che lì non c’è futuro fuori della morte, che è ancora possibile dire di no. Ogni spettatore è la speranza.
di Roberto Saviano
09 maggio 2008
Nonostante le buone intenzioni di Sean Penn, ci sarebbe voluto un regista europeo per narrare con qualche verosimiglianza la storia vera di Christopher McCandless, il giovane che, appena laureato, abbandona senza dire niente famiglia e aspettative di carriera per darsi ad un vagabondaggio estremo che lo porterà a giro per gli stati centro occidentali degli Usa e da lì alla sua meta idealizzata, l’Alaska, dove alla fine troverà la morte. Nonostante il soggetto, nonostante l’insistenza per la ricerca romantica di autenticità e verità “assolute” del ragazzo, per la sua critica dell’istituzione familiare, soprattutto quando conflittuale e “malata” (ma quale famiglia oggi non è “malata”?), il suo protagonista viene dipinto come una persona “troppo sana”, “troppo normale” in proporzione all’enormità del suo progetto che evidentemente è molto più distruttivo e autodistruttivo che liberatorio.Molto più bello ed educativo sarebbe stato mostrare la storia di un ragazzo che, sotto una deriva totalmente irrazionale, rompe tutti i rapporti preesistenti e si mette per strada per un impulso irrefrenabile, seppure ammantato di ideali un po’ fanatici di ricerca di qualcosa, magari della Verità (che, come si sa, non sta da nessuna parte).
La ripartizione in capitoli, che alludono ad un percorso interiore evolutivo del protagonista, è palesemente disconfermata dal progredire della vicenda. Non è che l’altra versione della storia - lo strazio autentico dei genitori e della sorella, le vane ricerche del figlio missing, il carattere feroce e tragico della sopravvivenza nel mondo realmente selvaggio, l’inconciliabilità del progetto del ragazzo con qualsiasi forma di stabile socializzazione - non siano adeguatamente mostrati; quello che non si vede, se non forse nella fotografia (autentica) del vero Christopher, che compare alla fine, è la follia totale che anima l’intero percorso.


L’adattamento cinematografico del romanzo norvegese “Il corpo di uno sconosciuto” di Karim Fossem, curato da Sandro Petraglia, ci fa conoscere una serie di personaggi tanto autentici quanto complessi, e impone una riflessione critica sulla condizione umana di incapacità e mancanza di sentimenti. Alla ricerca dell’assassino della ragazza ci imbattiamo in un altro delitto: la morte di un bambino problematico e ammalato, che solo la ragazza del lago sapeva tenere tranquillo, fare sorridere e accudire.
Da quando sua moglie Lara, una donna che (forse) non ha mai amato, è morta (suicida?) precipitando nel vuoto, Pietro (Nanni Moretti) sente il dovere di stare accanto a sua figlia Claudia (Blu Yoshimi Di Martino) una bambina di dieci anni. Dopo averla accompagnata ogni mattina a scuola si siede su una panchina, nella piazzetta antistante l’edificio in attesa che lei lo saluti da una finestra all’ora di ricreazione.Durante la mattina Pietro, si nutre di piccoli gesti, tiene la mente occupata a stilare inutili elenchi che si ripassa, tra sé e sé, a memoria ( le compagnie con le quali ha volato, le case nelle quali ha vissuto…) sfoglia un quotidiano, lancia uno sguardo furtivo a Jolanda (Kasia Smutniak) una giovane e sensuale adolescente che porta ogni mattina a spasso il cane e fa scattare, per un gioco affettuoso, al passaggio di un ragazzo down, la chiusura centralizzata della propria auto. Distinto, composto ed elegante, attento anche al più piccolo dettaglio, non si concede sbavature nell’abbigliamento, Pietro è ricco, ha una villa la mare, non vuole diventare il presidente di una grande holding internazionale e, dopo aver messo il silenziatore alle proprie emozioni, cuore in inverno, soffoca pensieri, affetti e ricordi nell’illusione di tenere, ossessivamente, sotto controllo la realtà . “Io non sto soffrendo. Sto bene. Mi muovo, non sto seduto tutto il giorno”, replica a Carlo (Alessandro Gassman), il fratello che, invano, prova a scuoterlo da quel gelido torpore e da quell’anestesia affettiva. Anche se si mostra sereno e sorridente, su quella panchina, Pietro non riesce a scacciare i fantasmi dalla propria mente e, per quanto sembra inchiodato ogni mattina su quella panchina, in realtà non ha mai mosso un passo dal cimitero dove è stata sepolta sua moglie.

Il 15 febbraio uscirà in Italia “Il Petroliere” (There will be blood) di Paul Thomas Anderson. Il film racconta della storia di Daniel Plainview, un cercatore d’argento che, alla fine dell’800 trova il petrolio nell’Ovest degli Stati Uniti. La sua scalata verso l’oro nero partirà dopo aver trovato il primo giacimento di petrolio. Con il passare del tempo e con lo sfruttamento dell’unico figlio che lo aiuta a convincere i contadini a cedergli i terreni, la sete e l’avidità prenderanno presto il sopravento e la sua corsa verso il potere sarà senza scrupoli. Unico ostacolo che troverà sulla sua strada il petroliere Plainview, sarà un giovane predicatore che prima lo aiuterà e poi, temendo un troppo veloce arrivo della modernità , manipolerà contro di lui la comunità .Paul Thomas Anderson si ispira per questo film alle prime 150 pagine del romanzo “Oil!” di Upton Sinclair il quale tratteggiava la biografia a tinte forti del magnate Edward L. Doheny (1856-1935). Il regista che ci ha regalato un film come 